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Piacenza Jazz Fest 2024

L’appuntamento del 22 marzo organizzato dal Piacenza Jazz Fest si è tenuto nell'incantevole Sala degli arazzi del Collegio Alberoni.

Il primo set è stato suonato dal Matteo Scarcella 4tet, una formazione capace di spaziare dal tributo alla tradizione ad uno sguardo ad atmosfere jazzistiche più contemporanee. Il quartetto, guidato dal vincitore del Concorso Bettinardi 2023 – sezione A, Matteo Diego Scarcella, al sax tenore e flauto, e composto da Saverio Zura alla chitarra, da Andrea Esperti contrabbasso e da Francesco Benizio alla batteria, ha proposto un repertorio di standard e brani originali. Le composizioni della tradizione suonate dal quartetto sono state U.M.M.G. (B. Strayhorn), Ask me now (T. Monk), Skylark (H. Carmichael), mentre, tra i brani originali non si possono non citare All in, scritto da Matteo Scarcella in onore delle interminabili partite notturne di poker del padre, e, infine, un blues basato su un ostinato ritmico e su un basso inizialmente statico: il brano si trasforma presto in un vorticoso flusso. L’altissimo livello tecnico dei musicisti e la grande capacità di creare atmosfere sonore tra loro molto variegate, anche grazie al drumming dal sound aperto di Francesco Benizio, ha coinvolto gli spettatori in un concerto intenso.


Il secondo set della serata è stato suonato dal Ferrara-Rolff-Arco trio, formato dai docenti del Conservatorio Nicolini del Dipartimento Jazz Lucio Ferrara alla chitarra, Massimiliano Rolff al contrabbasso, Tony Arco alla batteria e con special guest Dado Moroni al pianoforte: un quartetto dal sound dinamico e da un grandissimo interplay, in grado di donare a ciascuno dei musicisti il proprio spazio di espressione, come avvenuto durante il solo di pianoforte di Ruby my dear, nel quale i tre docenti del Conservatorio hanno lasciato al pianoforte di Dado Moroni il ruolo di protagonista assoluto.

È la chitarra di Lucio Ferrara, dal suono rilassato e cool, a farsi vera e propria voce dei temi, talvolta all'unisono con il pianoforte, talvolta tramite arrangiamenti in chitarra sola, come avvenuto in Moon river di Henry Mancini, un’esecuzione intimistica del celebre brano contenuto in Colazione da Tiffany (1961). Il chitarrismo di Ferrara si distingue anche per la capacità di tenere insieme virtuosismo e lirismo nelle improvvisazioni.

Rolff, ingranaggio inarrestabile nella sezione ritmica, riesce a spiccare non solo nell'accompagnamento ma anche per un impareggiabile gusto melodico nei soli.

Tony Arco esplora tutto il range dinamico possibile, punteggiando i temi e i soli dei musicisti con eccezionali poliritmi e muovendosi dai terreni dello swing più trascinante fino a toccare i ritmi funk, con inventiva e buongusto.

Dado Moroni stupisce per versatilità, partendo dal linguaggio tradizionale del pianismo Jazz, fino ad arrivare ad un flusso magmatico, pentatonico e quartale che guarda al mondo di McCoy Tyner, ma sempre mantenendo una propria forte identità musicale.

Per quanto riguarda il repertorio, la formazione non si limita ad omaggiare i due grandissimi compositori di cui cade il centenario, Monk e Mancini; viene suonata anche la Música Popular Brasileira di Chico Buarqe, con Samba e Amor ed un brano originale di Dado Moroni, Nose off, dalla storia tragicomica, come raccontata dallo stesso pianista: sul finire degli anni ’90, mentre si trovava in America, un suo tentativo di giocare con il cane della propria compagna si concluse con una fuga al pronto soccorso, poiché l’animale lo aveva azzannato al naso.


A seguito dell’esecuzione, Dado Moroni ha sottolineato come il linguaggio jazzistico, proprio per la sua stessa natura, permetta ad ogni performance di vivere nell’estemporaneità, rendendo unico ogni concerto e facendo sì che la musica che si crea sia frutto soprattutto di un processo di ascolto e stimolo reciproco: un vero e proprio adeguamento del proprio modo di suonare in relazione alla direzione che ognuno dei musicisti della formazione imprime alla musica. Ha inoltre aggiunto che, proprio per questa caratteristica, il Jazz è una musica che non può mai morire, ed anzi, «il Jazz è vivissimo e continua ad evolversi».

Lucio Ferrara ha aggiunto che i sogni che aveva quando ha iniziato a suonare non si sono affievoliti e che, per i musicisti, dei buoni modi per coltivarli siano viaggiare, suonare, andare ai concerti. Tony Arco, confermando quanto detto dal collega, ha sottolineato l’importanza che la sua generazione ha nell’ispirare i giovani. 

Il concerto è stato un esempio di come il Conservatorio Nicolini continui un processo di apertura alla città collaborando con il Comune e con le altre realtà culturali della provincia, come, in questo caso, il Piacenza Jazz Fest, ha commentato Massimiliano Rolff. L’anno in corso si è dimostrato ricco di possibilità aprendo prospettive anche per tutta la provincia. 


Saverio Greco



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